Preistoria
Il professor Domenico Aringoli dell’Università di Camerino, studiando le caratteristiche geologiche dell’altopiano di Montelago e le trasformazioni antropiche rilevabili dalle mappe satellitari, ha fornito nuove interpretazioni sul popolamento preistorico della zona di Sefro. Aringoli ha analizzato i massi di brecce cementate presso la Fonte Forno, interpretandoli come megaliti deteriorati; i terrazzamenti intorno ai due bacini dell’altopiano di Montelago, considerandoli forme primordiali di agricoltura; i massi ruotati lungo la Costa Campalto, collegandoli all’evoluzione delle conoscenze astronomiche; le tracce di trincea in cima al Monte Catellaro, identificate come segni di religiosità ancestrale; e i gradoni e i residui di recinzione in vetta al Monte Primo, deducendo l’esistenza di forme sociali complesse e gerarchizzate.
Tali osservazioni indicano che le montagne erano popolate già in epoca neolitica (circa 12.000 anni fa) ed eneolitica (circa 7.000 anni fa). Alcuni segni – come l’andamento circolare, semicircolare ed ellittico di certe scarpate – suggeriscono la presenza di recinti e accampamenti dell’Età del Bronzo (1.700 a.C.) e del Ferro (800 a.C.), nonché la possibile penetrazione di popolazioni celtiche (350 a.C.).
Fenici
Il casuale rinvenimento, vicino a Sefro, di
un’antica miniera di ferro, avvenuto durante il 2009 per opera degli speleologi dell’ALVAP, ha rimesso in circolo l’ipotesi di
frequentazioni fenice della
valle dello Scarzito. Intorno al 700 a.C., i commercianti libanesi sarebbero avventurati nel cuore dell’Appennino umbro-marchigiano per approvvigionarsi di
minerali ferrosi, chiamando la località “
Sefer” (che in lingua semitica significa “iscrizione”; dunque, luogo nel quale si segnalava la miniera).
Epoca romana
L’archeologo Umberto Moscatelli, indagando sulle opere di bonifica dello Scarzito in epoca romana, ipotizza la colonizzazione della valle nel corso del I secolo a.C., basandosi sui materiali e sulle tecniche costruttive, ma anche sul persistere di toponimi come Metiti e Sorti, che indicavano rispettivamente “luoghi asciutti, ricchi di ghiande e prossimi a ruscelli” e “fondi agricoli assegnati per sorteggio”.
Le opere, individuate nel punto in cui lo Scarzito incontra le prime abitazioni di Pioraco, erano dighe destinate a regolare il flusso delle acque, formando un lago che raggiungeva il Ponte d’Agolla (Capelaghi). Esse proteggevano l’abitato di Pioraco e salvaguardavano la pista che collegava Prolaquem a Plestia (Colfiorito). La presenza del lago conferma anche la tradizione secondo cui vicino a Sefro vi fosse una torre al centro di uno specchio d’acqua, utilizzata dagli imperatori per confinare i delinquenti più pericolosi. Inoltre, chiarisce l’etimologia di Scarzito, derivante da scarçetum, “luogo dove abbonda la scarza o scarcia”, erba palustre tipica, e rende plausibile il passaggio attraverso la Bocchetta della Scurosa dell’esercito di Annibale dopo la battaglia del Trasimeno (217 a.C.).
Alto Medioevo
Circa l’alto medioevo non ci sono notizie particolarmente rilevanti. Procopio, riferendo della
guerra greco-gotica, che contrappose le truppe di Giustiniano agli Ostrogoti (535-553), descrive un’Italia centrale in cui tutte le
infrastrutture romane erano andate in rovina, le campagne si erano spopolate e i pochi individui rimasti erano completamente rinselvatichiti. La situazione non migliorò di certo sotto l’occupazione dei Longobardi, che, verso il 570, insediarono un loro duca a Camerino. In tale situazione è facile ipotizzare una valle dello Scarzito depauperata sia economicamente sia sul piano demografico.
Tuttavia, qui come nel resto d’Europa, a mettere una pezza intervenne il movimento monastico. C’è notizia di due piccoli
eremi benedettini, quello del Santo Sepolcro, nei pressi della
Bocchetta della Scurosa, e quello
della Romita (o valle Eremita), alle falde del Monte Linguaro. Quest’ultimo gestiva il molino, che sfruttava il salto della
cascata dello Scarzito, oggi al centro di Sefro capoluogo. Si può ritenere che la prosperità del territorio sia ripartita da lì, dal molino, a tutela del quale fu edificato il castrum e intorno al quale si ricostituì il villaggio. Non a caso, Umberto Picciafuoco ritiene che l’origine di Sefro “risalga all’VIII secolo, quando gli abitanti di Camerino e lo stesso Vescovo Solone (eletto nel 754) furono costretti a fuggire dalla città per salvarsi dagli
assalti indiscriminati dei saraceni” (PICCIAFUOCO, 1988, p. 7). Un’area come la valle dello Scarzito, precisamente delimitata e facilmente controllabile, rappresentava un rifugio ideale.
Basso Medioevo
I camerinesi utilizzeranno Sefro per scampare dai nemici anche in un’altra occasione: nel 1259, quando la loro città, dopo un lungo assedio, fu espugnata dalle truppe di Manfredi e “colà andarono cento famiglie e pure il vescovo Guglielmo, che dentro l’anno morì di dolore.” (SAVINI, 1895, p. 54) A quanto dice la leggenda, dovrebbe averlo utilizzato come luogo appartato e difficilmente raggiungibile anche il
Beato Bernardo di Quintavalle, uno dei primi compagni di San Francesco d’Assisi, che, dopo la morte del Serafico (1237), si allontanò dai confratelli, un po’ troppo attaccati ai beni materiali, e, fino al 1239, trovò quiete nella
Grotta del Monte Crestaio, all’apice della valle di Cerpesene. Sta di fatto che, all’inizio del XIII secolo, quella di Sefro era una comunità solida e vivace, al punto da intentare una causa contro il Comune di Pioraco, che – con le famose dighe sul fondo valle – toglieva terreno agricolo alla sua risicata pianura. La vivacità di Sefro è attestata anche dal diploma di Sinibaldo de’ Fieschi, rettore pontificio della Marca, che, nel gennaio del 1240, lo dichiara
libero Comune, appartenente al ducato spoletano e compreso nel distretto camerinese. I Sefrani erano così forti che, nel successivo mese di novembre, “riuscirono a barattare la subordinazione con sostanziosi vantaggi: il rappresentante di Camerino, Scagno, promette a quello di Sefro, Paolo di Bartolo, di mantenere e difendere i Sefrani ed i loro averi e di fare per essi guerra e pace, secondo le modalità e i criteri che saranno adottati per gli stessi Camerinesi” (FALASCHI, 2008, pp.17-18). Si parla di Sefro anche nell’assoluzione concessa da Federico II, nel maggio del 1246, a Camerino. Alla fine del Duecento, Sefro – al pari di Comuni, oggi, assai più popolosi e più ricchi –
doveva offrire annualmente a Camerino i palii, i ceri e una particolare tassa.
Rinascimento
Nel corso del XIV secolo, a Camerino, si affermò
la signoria dei Varano, distintasi per la fedeltà al partito guelfo, già a partire dai tragici fatti del 1259. Essa costituirà un validissimo baluardo per il potere temporale dei papi, in crisi a causa del trasferimento della curia pontificia nella città di Avignone (1309-1377). Che cosa avvenisse a Sefro, in questo periodo, non è dato saperlo. Ad ogni modo, nei primi decenni del secolo successivo, la comunità sefrana si doterà, prima di altre, degli
Statuti, dai quali emerge con molta chiarezza una società economicamente autosufficiente e civilmente evoluta.
Gli
Statuti di Sefro furono approvati, nel 1423, mentre era duca
Rodolfo III da Varano e poco prima che questi morisse. La scomparsa di Rodolfo segnò l’inizio di una crisi dinastica e politica dagli aspetti tragici. I suoi quattro figli, Gentil Pandolfo, Berardo III, Piergentile e Giovanni II, governarono il ducato insieme per una decina d’anni (Sefro fu assegnato a Gentil Pandolfo). Poi cominciarono a litigare con una progressione che sfociò in
una vera e propria strage. Il primo a essere abbattuto fu Giovanni II, preso ad accettate dai sicari di Berardo. Piergentile, ritenuto il vero sobillatore, fu fatto decapitare dal legato pontificio, cardinal Vitelleschi. Berardo e Gentil Pandolfo furono trucidati, nella Chiesa di San Domenico, dalla folla inferocita per la morte di Giovanni II, molto apprezzato dalla plebe camerinese. Così, per un decennio – dal 1433 al 1444 –, Camerino fu retta da
istituzioni repubblicane, sostenute dalla borghesia dei professionisti e degli artigiani. Ma, per quanto attivo, ricco e ben organizzato, il ceto imprenditoriale camerte non riuscì a esprimere un governo forte e il ducato cominciò a entrare nell’
orbita degli Sforza. Pertanto le signorie confinanti, specialmente quella di Perugia, si adoperarono perché i discendenti dei Varano tornassero al potere.
Dalla strage di San Domenico erano scampati solo due Varano, i neonati Rodolfo e Giulio, rispettivamente figli di Piergentile e di Giovanni II. Il 26 novembre del 1444 – sotto la protezione di Carlo Fortebracci e dei Perugini – i due bambini furono acclamati signori di Camerino. Com’è noto, fu
Giulio Cesare Varano a improntare di sé il ducato, fin quando non cadde vittima, nel 1502, dei killer di
Cesare Borgia. Fu per iniziativa di Giulio Cesare da Varano che, nel 1485, ingegneri fiorentini – impegnati anche a bonificare Colfiorito e la piana del Castello della Rancia di Tolentino – effettuarono il taglio (la “
Caa”) del
Colle di Boiugno, a Montelago, facendo rifluire tutta l’acqua dal piano superiore al “
padulo”, nel piano inferiore, parzialmente drenato dagli inghiottitoi. La giustificazione era di recuperare alle colture agricole il “Piano della Camera”. Qualcuno, però, sostiene che la vera motivazione fosse di
portare acqua ai molini e alle gualchiere attivati dallo Scarzito e dal Potenza, perché tali industrie erano appannaggio dei Varano (mentre invece, quelle lungo il Rio di Selvazzano e il Fosso di Palente – alimentati dal bacino superiore di Montelago – erano sfruttate da altre famiglie).
Il XIV e il XV secolo furono per le comunità di Sefro, Sorti e Agolla particolarmente dinamici. Lo testimoniano gli
affreschi di San Tossano (Agolla) e della
Madonna dei Calcinai (Sefro) e la solida e pregevole struttura di numerosi edifici ubicati, particolarmente, a Sorti, negli incasati di Colle e di Contrada. Nelle chiese citate, si riconosce la mano dei pittori della
scuola di Camerino e, in San Tossano, anche quella di
Diotallevi di Angeluccio di Santa Anatolia. I tre centri abitati raggiunsero una densità demografica non più riscontrata. La prosperità era garantita da attività tradizionali come l’
allevamento del bestiame e l’
industria boschiva, ma anche dalla
lavorazione del ferro, dalla
tessitura e dalla follatura della lana, dalla
concia delle pelli (specialmente ad Agolla), dalla produzione di
calce viva e dalla molitura.
Età moderna
Intanto le signorie evolvevano verso i principati e, nell’Italia centrale, i papi si occupavano sempre di più delle questioni “temporali”. L’organizzazione amministrativa cambiò. Per esempio, nel 1545, l’
ex ducato di Camerino fu suddiviso in tre vicariati: di “Montagna”, di “Summonti” e di “Mezzina”. Sefro fu assegnato al
vicariato di “Montagna” ed ebbe la qualifica di «terra raccomanda». Ciò gli consentì di avere una certa autonomia e di continuare a regolare la sua vita interna con gli Statuti del 1423. In effetti, gli Statuti continuarono a essere molto importanti: lo dimostrano l’usura prodotta al codice dalle persistenti e frequenti consultazioni, l’aggiunta, nel tempo, di varie postille e l’esistenza di due copie, una del XVI secolo, conservata nell’archivio storico di Sefro, e l’altra del XVII secolo, consultabile presso la biblioteca del Senato, a Roma.
Età contemporanea
Un ultimo fatto di rilievo storico è la riunificazione delle tre comunità di
Agolla, Sefro e Sorti sotto un’unica entità amministrativa. Questo avvenne, tra il 1816 e il 1833, con diversi provvedimenti legislativi dello Stato della Chiesa (comunque, influenzati dal crollo delle consuetudini medievali, determinato dall’invasione napoleonica, sotto la quale, la valle dello Scarsito fu assegnata al Distretto del Musone con capoluogo Macerata). Prima, le tre comunità erano ben separate e spesso in lite tra loro. La separazione più rilevante era quella con
Agolla, in secolare
contrasto con i Sefrani per questioni di pascolo, di sfruttamento dei boschi e di mal tollerata condivisione di mulattiere alla volta
Montelago. La distanza tra Agolla e il resto del territorio comunale è stata a lungo attestata anche dall’appartenenza della sua parrocchia alla diocesi di Camerino, mentre i parroci di Sefro e di Sorti erano sottoposti al vescovo di Nocera Umbra (ma, dal 1984, tutto il Comune è stato ricondotto sotto la giurisdizione del Vescovo di Camerino).
BIBLIOGRAFIA
1. Domenico Aringoli, Giuliano Pambianchi,
La conca in tramontana di Montelago: un esempio di geopark nell’Appennino umbro-marchigiano, Camerino, 2009;
2. Umberto Moscatelli,
Relazione preliminare sulle due prime campagne di scavo in località Palazzo di Pioraco, in “
Le Marche. Archeologia storia territorio”, 1991;
3. Umberto Picciafuoco,
Il Beato Bernardo Quintavalle da Assisi e le grotte del suo esilio, Sefro, 1988;
4. Patrizio Savini,
Storia della città di Camerino, Camerino, 1895 (Ristampa anastatica, 2001);
5. Pier Luigi Falaschi, “
Cenni storici sul Comune di Sefro (MC)”, in Per l’istituzione del parco naturale regionale nell’area Monte Pennino